Mono @ Circolo degli Artisti, Roma
Scritto da Riccardo V. in Concerti Live, Italia il 9 marzo 2010
Che bello. Dall’uscita di Hymn To The Immortal Wind non ho fatto altro che pensare a questo album, per una serie di motivi che. Ora che li ho visti il mio affetto è mutato come lo fa quello verso i familiari durante la crescita, in tenera età (perché dopo si sa, nulla è più lo stesso): è un po’ più strutturato e coscenzioso, ma sempre saldo e incondizionato, emozionante e struggente.
Qualcuno, ho letto, ha scritto che son musiche per tutta una vita, la colonna sonora di una vita intera, credo di averlo semi fatto anche io, molto tempo fa, qui. In maniera diversa, troppo personale: ci rileggo dentro ancora troppo e troppe cose.
Ecco, loro sono esattamente così: le tue troppe cose, come vorresti (o anche no) fossero spiattellate musicalmente; sono stati capaci di togliere voce e presenza ad ogni individuo in sala, con quella semplicità degli occhi a mandorla, perseveranza e tenero distacco, quasi fosse timido timore.
Sono venuti fuori abnegandosi al suono e alla musica, lì su c’erano solo masse informi, di note e sensazioni. Poi ascolto, dato come possibilità all’individuo, come scelta arbitraria, sì, ma come scelta vincolata alla percezione della bellezza.
A tratti avevo idea che quel piccolo luogo che è il Circolo non riuscisse a contenere quel “tanto” dato, che ci fosse bisogno di cielo sopra, senza delimitazioni o confini. Tanta era l’imponenza, anche se poi mi sarei trovato a maledire quegli spazi ampi che tolgono impatto fisico e vicinanza.
Un post-romantic-rock, da film, da colonna sonora. Il film in realtà te lo crei davanti al fumo e alla potenza delle loro chitarre, al suono melodico dei loro accordi. Sono la perfezione insieme, hanno un’armonia che credo pochi possano vantare. Il suono che ne fuoriesce è unico nel genere, qualcosa di personale. Troppo.
E’ la potenza dell’espressione di un sentimento, di qualunque genere. Se avesse suono, sono sicuro, sarebbe questo.
Kasabian @ Estragon, Bologna
Scritto da Riccardo V. in Concerti Live, Italia il 26 febbraio 2010
Mi sono da sempre chiesto se i cantanti studino il loro look in base al paese in cui suonano. Se sì, noi ci meritiamo la canotta di Tom. Ce la meritiamo tutta, insieme agli occhiali da sole stile VIII municipio, di notte.
Siamo a Bologna, però, dio caro!
Al solito delle band indie-rock inglesi, un po’ oltre l’indie: le orde di ragazzini erano pronte a darsi battaglia all’ultima goccia, di sudore ed io lì c’entro come il rosmarino sulla crema pasticcera, lo so.
Per un attimo (una serata) mi sono lasciato andare a quei suoni “acchiapponi” che se lo fanno i Kasabian va bene -rimanendo comunque tali, non lo nego, sia chiaro; mi sono camuffato nella folla come meglio potevo: camicia a quadri e maglietta TROPPO indie, godendomi quegli attimi di delirio adolescenziale che snobbo, e ri-snobbo, violentemente.
Risultato? sono stato ribaltato una ventina di volte senza consapevolezza alcuna, e ricevuto, con altrettanto stupore, il plettro di Sergio Pizzorno. Direttamente dalle sue mani, direttamente sulla mia faccia.
I Kasabian hanno un pregio: non vogliono fare altro che buona musica, che sia essa derivata o ispirata da altro in maniera eclatante; vogliono fare i cazzoni inglesi e permettersi trashate di inni nazionali suonati con le trombe; non vogliono far altro che rimanere sulla cresta dell’onda e sguazzarci finchè si può, senza andare lì a stuzzicare le forme e i concetti alla ricerca di un sè che li porterebbe alla distruzione, come quasi sempre.
Poi, vabbè, hanno fatto muovere come un pazzo me. Non è poco.
Questo potrebbe anche essere, allo stesso tempo, il loro limite.
Come dire di aver gridato nei gomitoli e scritto su un vetro appannato.
The Album Leaf: A Chorus Of Storytellers (SubPop/Audioglobe)
Scritto da Riccardo V. in Dischi il 25 febbraio 2010
Ho aperto la cartella, selezionato tutte le tracce e dato via alla riproduzione su iTunes; poi ho riaperto quel capitolo che da molto attendeva: ho scritto qualcosa, pensato tuttaltro.
Cosa ho scritto non c’entra assolutamente con questo, o meglio c’entra ma per altri versi, altri intrecci che esulano dall’asse orecchio-cervello.
Ho tanta di quella polvere alzata nella testa…
Tutto ciò che avrei potuto concepire è in questa recensione, con un pizzico di stupore in meno.
Di difficile impresa è trovare un disco nel quale sei a tuo agio dall’inizio alla fine.
Odio profondo. Mtv (perchè ai ciofani piaGGiono le sigle) e tutto l’ambaradan.
Scritto da Riccardo V. in Concerti Live il 29 gennaio 2010
Che poi è fastido, in realtà, che poi diventa cronico. che poi lo odi.
Che tutto l’universo discografico gira intorno a stereotipi culturali e sociali sub-americani, lo si sa. Vederlo al di fuori delle dinamiche compulsive di Mtv (che VENDE musica a suon di culi), là dove non si era visto, eh, no! così e meglio andare a scuola di nodi per cappio!
Sugli scaffali di note “catene di distribuzione” (se mai abbiate avuto lo strazio e il fastidio di trovarvici dinanzi, lo sapete) non dico di volerci trovare, chessò, i Confuse The Cat, o il gruppetto punk-rock che ascoltavi al liceo, ma al meno santiddio non riempitele di stronzate= tette e culi. Non riempite gli occhi di locandine con “cantanti sexy” (non si cerca neanche più di camuffarli da bravi cantanti, no, si va dritto al succo senza ipocrisia alcuna, dritti: “compra il cd, so’ belli!”). Nel momento in cui la finalità ultima non è più quell’arrivare che noi tanto, in quel momento capisci di doverti girare e andartene, ma tanto arriva prima il fastidio. L’espressione e la comunicazione sostituite, al primo posto, dal soldo, dalle vendite; subito ti ritrovi tra i facili slogan contro la guerra o contro il surriscaldamento del pianeta, con vallette nude sul palco e conduttori finti nerd.
Da un lato, che cazzomenefrega: contribuisce ad arricchire, sfoltendola, quell’oligarchia culturale che altrimenti non esisterebbe, che altrimenti non si sbrodolerebbe addosso idee, frasi e ragionamenti che solo lei sa.
Dall’altro, che cazzo: tutto e proprio tutto deve seguire certe logiche, qualsiasi “indipendente” che duri rischia di caderci?
Chè allora non ci saresti andato nel negozio, a saperlo evitavi, a saperlo evitavi di ficcarti forbici negli occhi, di accendere la tivvù. evitavi insomma, di evitare. Come sapere che LA band islandese -che non cito mai, per gelosia/altro- prima se ne esce con il cantante affaccendato in progetti con altri semi-geni della musica, non contento incide un disco da solista in inglese ed uno col ragazzo; poi succede che scarta il lavoro al quale stava lavorando col gruppo, interamente, cioè una roba tipo: “dobbiamo metterci a scrivere tutto da capo”. Io da grupie quindicenne coll’ormone impazzito ci sono rimasto/a come uno/a che scivola verso il buio. Lo aspettavo da un po’ quel disco, il primo senza certe atmosfere intorno, senza pezzi. ma questa è un’altra storia.
La cosa che mi duole di più è quell’inglese usato, -ecco l’ho detto!- per la prima volta e testato sull’ultimo disco in una singola canzone (pure bruttina). sappiamo tutti che l’importante è il messaggio, il proggetto e l’idea che hai e non con quale idioma li cominichi. Lo so, lo sappiamo. vaffanculo, abbiamo capito.
Mi chiedo, però, in nome di quale motivo un front-man così radicato nelle atmosfere, nei luoghi, nei modi di quella terra che veramente, possa cambiare lingua. La risposta in quello che, più o meno, 230 parole fa. Posso, forse, anche, essere semplicemente io quello ancora legato a un modo, e tutto ciò che c’è in mezzo è solo progresso che non voglio. Io, ad avere timori sparsi.
Vabbè ma l’importante è il progetto, l’idea e la voglia e non quale idioma usi. Tutto qui? Tutto qui.
The Knife (New Song)
Scritto da Riccardo V. in Dischi il 19 gennaio 2010
Nuova canzone per The Knife: composta in collaborazione con Mt. Sims e Planningtorock per l’opera “Tomorrow, In A Year” e basata su un libro di Charles Darwin.
Track presente nell’album chiamato: Colouring of Pigeons. Per altre informazioni, dirigetevi qui, per ascoltarla in streaming, invece, potete cliccare sul seguente link: Colouring of pigeons.
See You!
Un sold-out degli Arctic Monkeys non fa notizia. Al di là della Manica non fa notizia perché sono ben conosciuti e si sa che sono avvezzi al tutto esaurito, in Italia non fa notizia perché li conoscono in pochi e alla critica ufficiale certe cose non interessano. Ma mentre viaggio verso una freddissima Milano l’idea di far parte di una sotterranea tribù di appassionati mi fa vedere il tutto in maniera ancor più romantica.
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