Archivio gennaio 2010

Arctic Monkeys @ Palasharp, Milano

turner @ palasharpUn sold-out degli Arctic Monkeys non fa notizia. Al di là della Manica non fa notizia perché sono ben conosciuti e si sa che sono avvezzi al tutto esaurito, in Italia non fa notizia perché li conoscono in pochi e alla critica ufficiale certe cose non interessano. Ma mentre viaggio verso una freddissima Milano l’idea di far parte di una sotterranea tribù di appassionati mi fa vedere il tutto in maniera ancor più romantica.

Nell’ultimo anno i quattro di Sheffield hanno diviso sia i fan che la critica con il loro terzo album, Humbug, che manifesta un carattere riflessivo del tutto eterogeneo rispetto ai trascinanti esordi. Loro non sembrano turbati dalle critiche: “Non ci interessa cosa dice la gente” hanno rivelato su Nme, mettendo fine alle polemiche.
Che gli Arctic siano cambiati ci vuole poco a capirlo. Entrano sul palco praticamente in silenzio sullo sfondo di una scarna scenografia e iniziano a suonare senza troppi convenevoli. Turner compare da mesi vestito sempre uguale, jeans stretti e maglioncino attillato, quasi fosse un monaco del rock intenzionato a demolire i soliti cliché sulle rockstar eccentriche. Incarna perfettamente lo spirito del gruppo: nessun gesto clamoroso, niente autoesaltazione, pura sostanza senza concessioni alla forma. Il nuovo look con i cappelli lunghi contrasta fortemente con le decine di caschetti sfoggiati dai giovani emuli che riempiono il Palasharp.

La scaletta alterna pezzi nuovi e vecchi, la folla applaude, si dimena e accompagna con la voce. Mi sorprendo a vedere che i fan, anche i più giovani, non si esaltano solo per il repertorio classico, ma cantano a memoria My Propeller, mettono in azione gli accendini sulle note di Cornerstone, cadono ipnotizzati da Crying Lightning. Dopo la prima manciata di canzoni, Turner rassicura il pubblico “Ne abbiamo ancora per molto”. Dimostra grande onestà quando invita ad applaudire i Mystery Jets, che hanno aperto il concerto, ingiustamente snobbati da qualche teenager venuto solo per sballarsi.
A lui basta poco per incantare il pubblico, si supera quando, dopo l’attacco di When the sun goes down, quando la canzone si ferma per un attimo e tutti attendiamo il seguito, prolunga il silenzio e alza la testa, lui ci guarda, noi lo guardiamo, nessuna parola, le parole sono solo fonte di malintesi. Piano piano si alza un grido collettivo ed entusiasta e quando la canzone riprende nessuno riesce a stare fermo. Io, da sempre infastidito dal pogo selvaggio, guardo il mio amico che accanto a me che stringe tra le mani la sua reflex. “Poga!” gli dico, “Ma la reflex!”, “Poga e basta!”.
Il livello tecnico del gruppo è ineccepibile, Helders alla batteria è davvero unico e dimostra di continuare a divertirsi un mondo e che Humbug non lo relega affatto a un secondo piano.
Turner e le sue scimmie appaiono ormai maturi, pronti a divenire le icone di una generazione, quella indie, presumibilmente refrattaria ai miti e alle grandi personalità. Se è vero, come si dice in giro, che il rock è morto, quello che ho visto a Milano era il suo fantasma.

Giorgio Mattiocco

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Odio profondo. Mtv (perchè ai ciofani piaGGiono le sigle) e tutto l’ambaradan.

Che poi è fastido, in realtà, che poi diventa cronico. che poi lo odi.
Che tutto l’universo discografico gira intorno a stereotipi culturali e sociali sub-americani, lo si sa. Vederlo al di fuori delle dinamiche compulsive di Mtv (che VENDE musica a suon di culi), là dove non si era visto, eh, no! così e meglio andare a scuola di nodi per cappio!
Sugli scaffali di note “catene di distribuzione” (se mai abbiate avuto lo strazio e il fastidio di trovarvici dinanzi, lo sapete) non dico di volerci trovare, chessò, i Confuse The Cat, o il gruppetto punk-rock che ascoltavi al liceo, ma al meno santiddio non riempitele di stronzate= tette e culi. Non riempite gli occhi di locandine con “cantanti sexy” (non si cerca neanche più di camuffarli da bravi cantanti, no, si va dritto al succo senza ipocrisia  alcuna, dritti: “compra il cd, so’ belli!”). Nel momento in cui la finalità ultima non è più quell’arrivare che noi tanto, in quel momento capisci di doverti girare e andartene, ma tanto arriva prima il fastidio. L’espressione e la comunicazione sostituite, al primo posto, dal soldo, dalle vendite; subito ti ritrovi tra i facili slogan contro la guerra o contro il surriscaldamento del pianeta, con vallette nude sul palco e conduttori finti nerd.

Da un lato, che cazzomenefrega: contribuisce ad arricchire, sfoltendola, quell’oligarchia culturale che altrimenti non esisterebbe, che altrimenti non si sbrodolerebbe addosso idee, frasi e ragionamenti che solo lei sa.

Dall’altro, che cazzo: tutto e proprio tutto deve seguire certe logiche, qualsiasi “indipendente” che duri rischia di caderci?

Chè allora non ci saresti andato nel negozio, a saperlo evitavi, a saperlo evitavi di ficcarti forbici negli occhi, di accendere la tivvù. evitavi insomma, di evitare. Come sapere che LA band islandese -che non cito mai, per gelosia/altro- prima se ne esce con il cantante affaccendato in progetti con altri semi-geni della musica,  non contento incide un disco da solista in inglese ed uno col ragazzo; poi succede che scarta il lavoro al quale stava lavorando col gruppo, interamente, cioè una roba tipo: “dobbiamo metterci a scrivere tutto da capo”. Io da grupie quindicenne coll’ormone impazzito ci sono rimasto/a come uno/a che scivola verso il buio. Lo aspettavo da un po’ quel disco, il primo senza certe atmosfere intorno, senza pezzi. ma questa è un’altra storia.
La cosa che mi duole di più è quell’inglese usato, -ecco l’ho detto!- per la prima volta e testato sull’ultimo disco in una singola canzone (pure bruttina). sappiamo tutti che l’importante è il messaggio, il proggetto e l’idea che hai e non con quale idioma li cominichi. Lo so, lo sappiamo. vaffanculo, abbiamo capito.

Mi chiedo, però, in nome di quale motivo un front-man così radicato nelle atmosfere, nei luoghi, nei modi di quella terra che veramente, possa cambiare lingua. La risposta in quello che, più o meno, 230 parole fa. Posso, forse, anche, essere semplicemente io quello ancora legato a un modo, e tutto ciò che c’è in mezzo è solo progresso che non voglio. Io, ad avere timori sparsi.

Vabbè ma l’importante è il progetto, l’idea e la voglia e non quale idioma usi. Tutto qui? Tutto qui.

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The Knife (New Song)

tomorrowinayear_press2_NEW1Nuova canzone per The Knife: composta in collaborazione con Mt. Sims e Planningtorock per l’opera “Tomorrow, In A Year”  e basata su un libro di Charles Darwin.

Track presente nell’album chiamato: Colouring of Pigeons. Per altre informazioni, dirigetevi qui, per ascoltarla in streaming, invece, potete cliccare sul seguente link: Colouring of pigeons.

See You!

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