Mi sono da sempre chiesto se i cantanti studino il loro look in base al paese in cui suonano. Se sì, noi ci meritiamo la canotta di Tom. Ce la meritiamo tutta, insieme agli occhiali da sole stile VIII municipio, di notte.
Siamo a Bologna, però, dio caro!
Al solito delle band indie-rock inglesi, un po’ oltre l’indie: le orde di ragazzini erano pronte a darsi battaglia all’ultima goccia, di sudore ed io lì c’entro come il rosmarino sulla crema pasticcera, lo so.
Per un attimo (una serata) mi sono lasciato andare a quei suoni “acchiapponi” che se lo fanno i Kasabian va bene -rimanendo comunque tali, non lo nego, sia chiaro; mi sono camuffato nella folla come meglio potevo: camicia a quadri e maglietta TROPPO indie, godendomi quegli attimi di delirio adolescenziale che snobbo, e ri-snobbo, violentemente.
Risultato? sono stato ribaltato una ventina di volte senza consapevolezza alcuna, e ricevuto, con altrettanto stupore, il plettro di Sergio Pizzorno. Direttamente dalle sue mani, direttamente sulla mia faccia.
I Kasabian hanno un pregio: non vogliono fare altro che buona musica, che sia essa derivata o ispirata da altro in maniera eclatante; vogliono fare i cazzoni inglesi e permettersi trashate di inni nazionali suonati con le trombe; non vogliono far altro che rimanere sulla cresta dell’onda e sguazzarci finchè si può, senza andare lì a stuzzicare le forme e i concetti alla ricerca di un sè che li porterebbe alla distruzione, come quasi sempre.
Poi, vabbè, hanno fatto muovere come un pazzo me. Non è poco.
Questo potrebbe anche essere, allo stesso tempo, il loro limite.
Come dire di aver gridato nei gomitoli e scritto su un vetro appannato.
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