Archivio per la categoria Festival

Mono @ Circolo degli Artisti, Roma

mono_wideweb__470x2870Che bello. Dall’uscita di Hymn To The Immortal Wind non ho fatto altro che pensare a questo album, per una serie di motivi che. Ora che li ho visti il mio affetto è mutato come lo fa quello verso i familiari durante la crescita, in tenera età (perché dopo si sa, nulla è più lo stesso): è un po’ più strutturato e coscenzioso, ma sempre saldo e incondizionato, emozionante e struggente.
Qualcuno, ho letto, ha scritto che son musiche per tutta una vita, la colonna sonora di una vita intera, credo di averlo semi fatto anche io, molto tempo fa, qui. In maniera diversa, troppo personale: ci rileggo dentro ancora troppo e troppe cose.
Ecco, loro sono esattamente così: le tue troppe cose, come vorresti (o anche no) fossero spiattellate musicalmente; sono stati capaci di togliere voce e presenza ad ogni individuo in sala, con quella semplicità degli occhi a mandorla, perseveranza e tenero distacco, quasi fosse timido timore.
Sono venuti fuori abnegandosi al suono e alla musica, lì su c’erano solo masse informi, di note e sensazioni. Poi ascolto, dato come possibilità all’individuo, come scelta arbitraria, sì, ma come scelta vincolata alla percezione della bellezza.
A tratti avevo idea che quel piccolo luogo che è il Circolo non riuscisse a contenere quel “tanto” dato, che ci fosse bisogno di cielo sopra, senza delimitazioni o confini. Tanta era l’imponenza, anche se poi mi sarei trovato a maledire quegli spazi ampi che tolgono impatto fisico e vicinanza.

Un post-romantic-rock, da film, da colonna sonora. Il film in realtà te lo crei davanti al fumo e alla potenza delle loro chitarre, al suono melodico dei loro accordi. Sono la perfezione insieme, hanno un’armonia che credo pochi possano vantare. Il suono che ne fuoriesce è unico nel genere, qualcosa di personale. Troppo.

E’ la potenza dell’espressione di un sentimento, di qualunque genere. Se avesse suono, sono sicuro, sarebbe questo.

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Kasabian @ Estragon, Bologna

KASABIANMi sono da sempre chiesto se i cantanti studino il loro look in base al paese in cui suonano. Se sì, noi ci meritiamo la canotta di Tom. Ce la meritiamo tutta, insieme agli occhiali da sole stile VIII municipio, di notte.
Siamo a Bologna, però, dio caro!

Al solito delle band indie-rock inglesi, un po’ oltre l’indie: le orde di ragazzini erano pronte a darsi battaglia all’ultima goccia, di sudore ed io lì c’entro come il rosmarino sulla crema pasticcera, lo so.
Per un attimo (una serata) mi sono lasciato andare a quei suoni “acchiapponi” che se lo fanno i Kasabian va bene -rimanendo comunque tali, non lo nego, sia chiaro; mi sono camuffato nella folla come meglio potevo: camicia a quadri e maglietta TROPPO indie, godendomi quegli attimi di delirio adolescenziale che snobbo, e ri-snobbo, violentemente.
Risultato? sono stato ribaltato una ventina di volte senza consapevolezza alcuna, e ricevuto, con altrettanto stupore, il plettro di Sergio Pizzorno. Direttamente dalle sue mani, direttamente sulla mia faccia.

I Kasabian hanno un pregio: non vogliono fare altro che buona musica, che sia essa derivata o ispirata da altro in maniera eclatante; vogliono fare i cazzoni inglesi e permettersi trashate di inni nazionali suonati con le trombe; non vogliono far altro che rimanere sulla cresta dell’onda e sguazzarci finchè si può, senza andare lì a stuzzicare le forme e i concetti alla ricerca di un sè che li porterebbe alla distruzione, come quasi sempre.
Poi, vabbè, hanno fatto muovere come un pazzo me. Non è poco.

Questo potrebbe anche essere, allo stesso tempo, il loro limite.
Come dire di aver gridato nei gomitoli e scritto su un vetro appannato.

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Arctic Monkeys @ Palasharp, Milano

turner @ palasharpUn sold-out degli Arctic Monkeys non fa notizia. Al di là della Manica non fa notizia perché sono ben conosciuti e si sa che sono avvezzi al tutto esaurito, in Italia non fa notizia perché li conoscono in pochi e alla critica ufficiale certe cose non interessano. Ma mentre viaggio verso una freddissima Milano l’idea di far parte di una sotterranea tribù di appassionati mi fa vedere il tutto in maniera ancor più romantica.

Nell’ultimo anno i quattro di Sheffield hanno diviso sia i fan che la critica con il loro terzo album, Humbug, che manifesta un carattere riflessivo del tutto eterogeneo rispetto ai trascinanti esordi. Loro non sembrano turbati dalle critiche: “Non ci interessa cosa dice la gente” hanno rivelato su Nme, mettendo fine alle polemiche.
Che gli Arctic siano cambiati ci vuole poco a capirlo. Entrano sul palco praticamente in silenzio sullo sfondo di una scarna scenografia e iniziano a suonare senza troppi convenevoli. Turner compare da mesi vestito sempre uguale, jeans stretti e maglioncino attillato, quasi fosse un monaco del rock intenzionato a demolire i soliti cliché sulle rockstar eccentriche. Incarna perfettamente lo spirito del gruppo: nessun gesto clamoroso, niente autoesaltazione, pura sostanza senza concessioni alla forma. Il nuovo look con i cappelli lunghi contrasta fortemente con le decine di caschetti sfoggiati dai giovani emuli che riempiono il Palasharp.

La scaletta alterna pezzi nuovi e vecchi, la folla applaude, si dimena e accompagna con la voce. Mi sorprendo a vedere che i fan, anche i più giovani, non si esaltano solo per il repertorio classico, ma cantano a memoria My Propeller, mettono in azione gli accendini sulle note di Cornerstone, cadono ipnotizzati da Crying Lightning. Dopo la prima manciata di canzoni, Turner rassicura il pubblico “Ne abbiamo ancora per molto”. Dimostra grande onestà quando invita ad applaudire i Mystery Jets, che hanno aperto il concerto, ingiustamente snobbati da qualche teenager venuto solo per sballarsi.
A lui basta poco per incantare il pubblico, si supera quando, dopo l’attacco di When the sun goes down, quando la canzone si ferma per un attimo e tutti attendiamo il seguito, prolunga il silenzio e alza la testa, lui ci guarda, noi lo guardiamo, nessuna parola, le parole sono solo fonte di malintesi. Piano piano si alza un grido collettivo ed entusiasta e quando la canzone riprende nessuno riesce a stare fermo. Io, da sempre infastidito dal pogo selvaggio, guardo il mio amico che accanto a me che stringe tra le mani la sua reflex. “Poga!” gli dico, “Ma la reflex!”, “Poga e basta!”.
Il livello tecnico del gruppo è ineccepibile, Helders alla batteria è davvero unico e dimostra di continuare a divertirsi un mondo e che Humbug non lo relega affatto a un secondo piano.
Turner e le sue scimmie appaiono ormai maturi, pronti a divenire le icone di una generazione, quella indie, presumibilmente refrattaria ai miti e alle grandi personalità. Se è vero, come si dice in giro, che il rock è morto, quello che ho visto a Milano era il suo fantasma.

Giorgio Mattiocco

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HyperSounds @ Museo Reina Sofia, Madrid

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Il 13 e 14 novembre a Madrid, presso il Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia in collaborazione con Advanced Music, si terrà HyperSounds, una serie di concerti dal vivo, djset, documentari, installazioni e performance audiovisive di artisti impegnati nell’esplorazione del suono.

Tra i live più attesi, che vedranno alternarsi il surround 5.1 di Umfeld, il muro noise di Shit & Shine (Riot Season) e le confessioni pop di Tender Forever (K Records), ci sarà quello di Various Production (XL), esplosi nel 2006 con The World Is Gone e con una serie di remix dubstep-folk di Thom Yorke e Cat Power.

I djset spazieranno dai nuovi suoni urbani UK di Rustie e Mary Anne Hobbs agli esponenti di spicco della scena madrilena, come Rec_Overflow, Annie Hall, HD Substance e Svreca.

Imperdibili, infine, le due installazioni dell’olandese Edwin van der Heide (Laser Sound Performance e Spatial Sound), la proiezione del documentario sull’improvvisazione musicale Amplified Gesture di Phil Hopkins prodotto da David Sylvian, e i seminari del Medialab Prado di Madrid e del Pompeau Fabra University Musical Technology Group di Barcellona.

Tutti gli eventi sono ad ingresso libero, fino al raggiungimento della massima capacità. Per i seminari non serve registrarsi, mentre per assistere ai concerti live all’Auditorio 400 (Umfeld, Shit & Shine, Tender Forever e Various Production) bisogna prenotarsi su www.museoreinasofia.es.

Fonte: Pig Mag

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Fun Fun Fest – Waterlooo Park, Austin (TX)

Fun Fun Fun Fest

Un evento memorabile, vista la portata ed il calibro degli artisti che vi partecipano. Nella battaglia di Waterloo si esibiranno i Ratatat, Jesus Lizard, The Cool Kids, Crystal Castles, Of Montreal, Fuck Buttons e una miriade di altre band.

Il 7 e 8 Dicembre in Texas si aprirà il quarto anno del Fun Fun Fun Fest. Noi, vista la distanza, non ci saremo. Se qualcuno di voi si troverà da quelle parti, ci faccia sapere com’è stato o qualsiasi altra cosa. Ne saremo felici.

See you!

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Soundlabs Festival 2009 (Roseto Degli Abruzzi)

Per chi avesse paura di non poter assistere ad alcun concerto/festival a settembre, si sbaglia. Il 4 ed il 5 settembre a Roseto degli Abruzzi più precisamente nell’area concerti allestita presso lo Stadio “Fonte dell’ Olmo” alla periferia sud di Roseto ad 1,5 km dalla stazione FS.

La capienza dell’area concerti è di 2.500 persone. Le bands invitate si esibiranno su uno stage coperto di metri 14m x 10m, affiancato da torri di 2,5m x 8.

Nelle scorse edizioni, la line-up ricca e di ottimo livello, aveva contribuito a far crescere l’interesse per questa manifestazione. Quest’anno, anche, l’impegno è stato enorme, seppur in maniera meno efficace in termini di nomi.

La line-up è così composta: il 4 Settembre si esibiranno Glasvegas, Massimo Volume, The Wave Pictures, Cometa fever.

Il 5 Settembre: Jose Gonzales, Uzeda, Wildbirds & Peacedrum, Zu e Dente.

La musica, la buona musica, il mare e tutto ciò che l’Abruzzo può offrire in termini di paesaggi e cibaglie varie. Cos’altro serve? Non mi viene in mente proprio nient’altro, che si faccia onore, dunque, a codesta manifestazione.

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