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	<title>LiquidAzote &#187; Palasharp</title>
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		<title>Arctic Monkeys @ Palasharp, Milano</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jan 2010 14:58:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo V.</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-medium wp-image-258" title="turner @ palasharp" src="http://www.liquidazote.com/wp-content/uploads/2010/01/turner-@-palasharp-225x300.jpg" alt="turner @ palasharp" width="225" height="300" />Un sold-out degli <em>Arctic Monkeys</em> non fa notizia. Al di là della Manica non fa notizia perché sono ben conosciuti e si sa che sono avvezzi al tutto esaurito, in Italia non fa notizia perché li conoscono in pochi e alla critica ufficiale certe cose non interessano. Ma mentre viaggio verso una freddissima Milano l’idea di far parte di una sotterranea tribù di appassionati mi fa vedere il tutto in maniera ancor più romantica.</p>
<p>Nell’ultimo anno i quattro di Sheffield hanno diviso sia i fan che la critica con il loro terzo album, <em>Humbug</em>, che <strong>manifesta un carattere riflessivo del tutto eterogeneo rispetto ai trascinanti esordi</strong>. Loro non sembrano turbati dalle critiche: “Non ci interessa cosa dice la gente” hanno rivelato su Nme, mettendo fine alle polemiche.<br />
Che gli Arctic siano cambiati ci vuole poco a capirlo. Entrano sul palco praticamente in silenzio sullo sfondo di una scarna scenografia e iniziano a suonare senza troppi convenevoli. Turner compare da mesi vestito sempre uguale, jeans stretti e maglioncino attillato, quasi fosse un monaco del rock intenzionato a demolire i soliti cliché sulle rockstar eccentriche. Incarna perfettamente lo spirito del gruppo: <strong>nessun gesto clamoroso, niente autoesaltazione, pura sostanza senza concessioni alla forma</strong>. Il nuovo look con i cappelli lunghi contrasta fortemente con le decine di caschetti sfoggiati dai giovani emuli che riempiono il Palasharp.</p>
<p>La scaletta alterna pezzi nuovi e vecchi, la folla applaude, si dimena e accompagna con la voce. Mi sorprendo a vedere che i fan, anche i più giovani, non si esaltano solo per il repertorio classico, ma cantano a memoria <em>My Propeller</em>, mettono in azione gli accendini sulle note di <em>Cornerstone</em>, cadono ipnotizzati da <em>Crying Lightning</em>. Dopo la prima manciata di canzoni, Turner rassicura il pubblico “Ne abbiamo ancora per molto”. Dimostra grande onestà quando invita ad applaudire i <em>Mystery Jets</em>, che hanno aperto il concerto, ingiustamente snobbati da qualche teenager venuto solo per sballarsi.<br />
A lui basta poco per incantare il pubblico, si supera quando, dopo l’attacco di <em>When the sun goes down</em>, quando la canzone si ferma per un attimo e tutti attendiamo il seguito, prolunga il silenzio e alza la testa, lui ci guarda, noi lo guardiamo, nessuna parola, le parole sono solo fonte di malintesi. Piano piano si alza un grido collettivo ed entusiasta e quando la canzone riprende nessuno riesce a stare fermo. Io, da sempre infastidito dal pogo selvaggio, guardo il mio amico che accanto a me che stringe tra le mani la sua reflex. “Poga!” gli dico, “Ma la reflex!”, “Poga e basta!”.<br />
Il livello tecnico del gruppo è ineccepibile, Helders alla batteria è davvero unico e dimostra di continuare a divertirsi un mondo e che Humbug non lo relega affatto a un secondo piano.<br />
Turner e le sue scimmie appaiono ormai maturi, pronti a divenire le icone di una generazione, quella indie, presumibilmente refrattaria ai miti e alle grandi personalità. Se è vero, come si dice in giro, che il rock è morto, quello che ho visto a Milano era il suo fantasma.</p>
<p>Giorgio Mattiocco</p>
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